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entrati *loading* clandestini
“ Si sentiva sempre quel flip-flap nei cielo, e dopo un po’ mio ziastro disse:- Guarda come si difende, come tiene testa. Gran cacciatore che è stato Gallesio —. E poi si rizzò, perché aveva scorto, sulle radure del Gerbazzo, passare uomini a squadre, e tutti con un gran passo come se avessero gli alemanni al culo, e non c’era dubbio che si affrettavano tutti a vedersi la battaglia di Gorzegno. Lui abbassò le braccia con tanto abbandono che il pane gli scappò di mano in terra.” Ci ho ritrovato le parole gli alemanni al culo che mi fanno ancora e sempre sorridere perché le ho ascoltate da piccolo dalla bocca ironica di mio padre e di mia nonna, sua madre. 
Rileggevo stamattina le righe di Fenoglio dal racconto “Un giorno di fuoco”.
Dicevano: “l’curiva c’mè l’ejsa j’almàn al cù”, cioè correva come avesse gli alemanni al culo.
Dovevano ben far paura gli alemanni se si scappava tanto forte!
È che quegli alemanni lì non erano mica i tedeschi della prima o seconda guerra, no, erano gli altri, quelli di prima, del Risorgimento cioè, ‘na mistura di austriaci, ungheresi, croati, sloveni, boemi che arrivarono fin nell’alessandrino verso la metà dell’Ottocento.
I miei dicevano che, quando erano piccoli, cioè circa cento anni fa, nel loro cortile c’era un donna vecchia chiamata Richèta, una povera analfabeta che storpiava tutte le parole ma sapeva tante storie; lei era d’la Serra d’Quatordi, poco lontano da noi, e da bambina aveva visto spuntare j’almàn sull’aia della sua cascina, laceri, stanchi coi baffoni e gli schioppi lunghi, si buttavano per terra e chiedevano del brot, e le donne terrorizzate arrivavano con delle pentole delle scodelle di brodo, non sapendo che brot era il pane, quelli urlavano come indiavolati. Richèta diceva anche che chiedevano, sbraitavano forte per aver dello spek, e le donne si mettevano le mani nei capelli; poi si intesero per del lardo e si accontentarono.
