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entrati *loading* clandestini

Ero davvero emozionato, per un verso me la ridevo, per un altro sentivo una bella ansia. Non mi era mai capitato di varcare sacri cancelli o portoni, se non quelli delle basiliche romane, qui, invece, un vetusto cascinale diveniva nuovo duomo di sapienze occulte. Il cancello si aprì lento e la mia macchina forzò sul pietrisco della stradicciola, sbandava, dovetti cambiare marcia fino alla prima, mentre il dottore, al mio fianco, attaccato al maniglione, mica si spaventava, anzi pareva molto eccitato per l’avventura, lui sì che se la godeva.
Alla cima dell’erta stava una figura femminile in grembiale, stivali di gomma infangata e capelli scarmigliati, con i pugni appoggiati ai fianchi: una donna piuttosto bella, brunissima, di tratti tagliati coll’accetta, volto aggrondato, di anni circa quarantacinque.
Era Raquelita e pareva arrabbiata con noi; ci ammonì in tono severo, parlando rapidissima e indicando il casone proclamò che i suoi Signori erano impegnatissimi, bisognava prenotare la venuta ben prima e nessuno aveva bisogno di visite mediche, né di nuovi visitatori o curiosi. Aveva un aria veramente energica, mi piacquero moltissimo i suoi tratti, il carattere e la retorica difesa dei suoi “Signori”; dopo aver fatto un’aria compunta, le sorrisi, ma quella, in risposta, mi sogguardò di traverso.
Stavamo là, in tre, impalati sull’aia di dove partiva una stradetta di crinale da cui si godeva un amplissimo panorama: Raquelita sempre ferma a severa, il dottor M. quasi in preghiera ed io che facevo finta di niente, guardavo lontano i paesi, i campanili, dei cirri lunghi altissimi che già impallidivano. Quando uscì dalla porta più grande un uomo sottile di bianchi capelli ispidi, viso affilato, occhi grigi, pantaloni neri, con un’antica camicia senza colletto, sopra un gilè pure nero.
Era il più che citato Barbamôisìn, bello a suo modo come vecchio, mostrava circa anni ottanta, forse meno, non fu arcigno come la loro “havertà”, ostentava un certa alterigia ma non lo sentii antipatico; mentre prese a parlarci, pur accennando ad una certa contrarietà, usò dei toni quasi affettuosi con il nipote il quale, purtroppo, sembrava più attempato di lui.
Ad un tratto il Barba si fermò, guardò intorno, congedò con un cenno benevolo la donna e ci fece entrare in casa, cioè in un salone completamente emboisè, decisamente elegante alle cui pareti stavano appesi due bei dipinti raffiguranti antiche città murate e alcuni arazzi, forse antichi, ricamati con simboli ermetici. Ci fece poi accomodare su poltrone intorno ad un tavolino, quindi prese da un trumeau tre bicchieri ed una bottiglia senza etichetta contenente un liquido ambrato: ”Un vino simile allo Jerez... tuttavia prodotto da noi, qui...”.
Dopo averci servito, senza preamboli divaganti, venne al dunque, cioè a chiedermi di mia madre, del suo cognome e delle sue origini, nel frattempo il dottor M. assentiva con aria felice, quasi istupidita. Continuò Barbamôisìn: “Benché questa genitura, in sé e per sé, non abbia alcuna importanza, tuttavia è meglio, è più propizio che vi sia una connessione diciamo così, genetica, per entrare in questi discorsi, anzi nel merito di fatti di estrema importanza per l’umanità, quindi anche per noi, per lei...”
Poi si alzò in piedi e prese a camminare avanti e indietro sfregandosi le mani, torcendo un poco la bocca, fissando spesso me e suo nipote: ”Veda, è difficile, ma cercherò di essere brevissimo, visto che questo miscredente di mio nipote l’ha ormai introdotta qui, sarò sintetico: tanti anni fa fermandomi qui, non mi sono fermato, di fatto, ma mi sono proposto di ottenere l’impossibile...”
E qui proseguì dal momento del suo fortunato scampare dello sterminio del lager, del ritorno penoso, dei pensieri ossessivi che lo torturavano, di qualche “santa” persona che, in quei demoniaci campi di stermino, per volere di Adonai, aveva conosciuto ed a questo punto si mosse verso la porta di fondo, l’aperse e ci additò una persona seduta al tavolone della biblioteca che si intravedeva in quel vano.
“Ho fatto di tutto per ritrovarlo – aggiunse – ed ora è qui... è Saggi Nehor, e grazie a lui abbiamo iniziato l’opera”.
Isaac el cec, ‘l borgnô, che mi parve lo specchio di Barbamôisìn, forse aveva sentito e ci sorrise, fece dei cenni col capo, poi riprese a guardare, si fa per dire, certo a vagare nei suoi spazi interiori. Il Barba richiuse la porta e ritornò a noi.
“Ottenere l’impossibile, sì, fine superbo, forse sprezzante dell’umano genere, ma possibile. Già secoli fa, un gran Rabbi ci provò, a Praga, nel tentativo, per altro riuscito, di edificare una creatura animata che obbedisse ai suoi ordini e difendesse il popolo ebraico dalle violenze dei gentili...Ma il tentativo andò male, il Golem non servì, anzi si ribellò al suo fattore. Forse la superbia fu grande e l’atto non ben compiuto...”
Qui riprese a fissarmi e mi puntò il dito contro: ”La vedo non più giovane... Anche lei, credo, vorrebbe prolungarsi la vita! Ma qui non ci siamo proposti di allungarci questa esistenza per paura della morte o godere ancora di vani piaceri. Noi ci siamo proposti una serissima meta: sospendere l’età nostra, già avanzata, onde lavorare per il bene degli uomini”.
A tal punto Barbamôisìn riprese a camminare su è giù sul bel tappeto, ed a raccontare dei suo ingresso difficile nel mondo della Kabbalah, dei numeri, dei sefiroth, di vari tentativi, le prove, le approssimazioni, gli sconforti. Mi disse che la scienza già comincia a scoprire molto e che questo universo, che ci donò il Signore, si regge perché è tutto un immenso congegno numerico; basta trovare il varco, la porta per entrare in quella selva di numeri, apportarvi qualche lieve variazione, produrre qualche lieve, corretto “avvitamento o svitamento” a tempo debito, e qualche brano d’impossibile si può ottenere.
Poi di nuovo si fermò:
“L’ho già confidato a mio nipote, ma questa volta ce l’abbiamo fatta, abbiamo ottenuto un ottimo risultato a cui lavoravamo fittamente, intensamente da un anno, anche questo ritenuto da tanti impossibile: Obama Baraq è stato eletto, e questo, col permesso del Signore, è stato ottenuto da noi. La più ricca nazione del globo meritava un’altra direzione...E, d’ora in poi, ci proponiamo di proteggerlo dai, più che probabili, complotti dei razzisti, dei criminali neonazisti”
Dentro mi sono sentito come una chiusura allo stomaco e credo di aver fatto una faccia strana, perplessa, al che Barbamôisìn si è accigliato: “Non crede?...Liberissimo di farlo! Il mondo è pieno di ciechi, mentre Isaac, cieco nato, è pieno di luce!”
A questo punto è entrato dalla biblioteca il terzo, fra cotanto senno, cioè il barone Jarach, alto, maestoso nella sua capigliatura bianca fittissima, molto elegante in un abito doppiopetto bruno gessato, con un gatto soriano in braccio. “Com’è ovvio, scusami Môisin, di là ho udito tutto – così iniziò incedendo lento nel salotto – I profani, come sapete, fanno fatica a comprendere, per loro tutto è bianco o è nero, non vivono sfumature...Invece esistono, per gli adepti, degli scuri che son chiari, dei neri che rivelano la luce, dei numeri che paiono grandissimi ma contano ben poco. Se non si prova, se non ci s’immerge, anzi ci s’inabissa, nel grande congegno non si tocca la verità con mano e la luce non si manifesta...”
I due vecchi si guardarono, il dottor M. pareva assorto, quasi appisolato, io fissavo i due, non sapevo che dire, aspettavo, mentre una voce interna mi sussurrava che ero finito in una sopraffina gabbia di matti. Infatti per cavarmi dall’imbarazzo, mi alzai e dissi sussiegoso, pian piano, che forse era meglio che noi togliessimo il disturbo visto che loro avevano sicuramente tanto da fare per l’umanità.
L’affermazione mia, velata d’inconsapevole ironia, non piacque a Barbamôisìn il quale dichiarò severo, mentre Jarach l’illustre procedeva verso la biblioteca: ”Vada, vada, tanto so che tornerà, qui e sui suoi passi... Ne ha ancora di strada da fare...per capire. O forse non capirà mai nulla. Vada! Andate pure!”
Il cielo si arrossava già, faceva quasi scuro, e dovetti sostenere il dottor M. per il cammino fino alla macchina, perché non inciampasse nel pietrisco.
Durante il ritorno la mia guida rimase dapprima silenziosa, poi mi disse:
”Non ti sono piaciuti, nèh?”
“Non è che non mi sono piaciuti – ho risposto io – È che sono strani, sembrano un po’ matti, eh! Adesso la storia di Obama...Va bene fermare l’età, ma Obama Baraq non l’hanno eletto gli americani? Quei tre avrebbero influito sulle elezioni coi loro sortilegi, coi loro numeri? Ma lei, dottore è proprio sicuro che siano così vecchi?”
“Sicurissimo, mio caro figliolo, più che certo!”
“E perché lei, caro dottore, ch’è a loro così vicino, ch’è un parente, non si è fatto fermare l’età?”
“Perché sono un povero miscredente e....non mi hanno voluto, tra loro, già. Forse anche perché non credo alle magnifiche sorti e progressive....”
E il dottore si passò una mano sulla faccia, ora molto stanca, quasi per cancellarsi un espressione di tristezza.
L’ho lasciato sulla porta di casa sua, lui ha voluto abbracciarmi, mi ha battuto una mano sulla spalla ed ha quasi sospirato: “Passa a trovarmi, ogni tanto, sono qui a due passi, passa...passa, se vuoi..”.
Mi era calata addosso con la precoce notte una pesante malinconia, più che mai adatta a questo novembre, però non potevo spiegarmela del tutto con l’ora o col mese.
Per chiarirmela meglio e digerire il pranzo che mi era rimasto a mezzasta per via dell’emozioni, lasciai l’auto in piazza, e mi ficcai nel bar da Teresa ove ordinai un Punt & Mes, abbondante. Stavo lì, metitabondo, al banco col bicchiere in mano, quando l’occhio mi è partito sullo schermo televisivo posto in alto, sopra gli scaffali, ed ho visto Obama Baraq che salutava una folla esultante. Le immagini mi hanno catturato, anzi un poco allietato e mi sono detto che se non era merito del trio cabalistico, meno male che c’era, lui, Obama. Però il mio umore di fondo restava amaro, solo addolcito modicamente da quel sogno americano, nella proporzione del poco zucchero posto nella ricetta dell’antico vermouth torinese. Guardai la Teresa, che di fronte a me serviva una birra a Gino e a Celèst; poi, oltre la Teresa, nello specchio dello scaffale, frammezzata alle bottiglie, scoprii parte della mia immagine, i capelli radi e grigi, il mio volto corrucciato, segnato al lati della bocca da due rughe che parevano due obliqui colpi di trincetto.
Era lì, era tutto lì, era l’età che avanzava, il “male” e il “guaio”, e il ricordare il tono delle recenti parole, quasi imploranti, piene di pena, del dottor.M.: ”Vienimi a trovare, vieni....ancora, mio caro! Parleremo e parleremo...”
