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entrati *loading* clandestini
È che Armando pareva una sorta di statua allocchita vestita di ‘sto abito grigiastro, detto color televisiùn, e cogli occhi suoi azzurrini sbarrati stava lì, in posa da palo da segnalazione stradale, unico movimento era lo sbandierare mite del pantalonazzi lisi alquanto al culo per il troppo sedentarsi su la sedia de la cucina, ove sul linoleum celestrino a fiorelli verdi velante malamente l’orribile formica tutta scheggiata, passava ore a compulsare le decine di vecchie settimane enigmistiche che gli passò la Wanda, mormoricchiando, insieme, qualche improperio consolatorio verso la sua signora madre, sita in poltrona ne la camera da letto.
‘Sto insight, insomma, era come un serie di diapositive passate al proiettore de l' amico fotografo Carlo, quello de via Barrieto, che si movevano facendo tric trac stracche, simile al movimento di sottofondo detto “del Golem”, ma non uguale, che il suono scricchiolante del Golem era vibrantissimo e sottile e di altissima frequenza, mentre lo scarabattolio delle sue visioni era molto plebeo, dicasi, pareva anche corda vuoi catena di cesso, (che poi il proiettore di Carlo era ‘na vera baracca vecchia come il cucco, infatti, per quanto di venerabile marca Leitz).
Ecco:
E fu lì che ci venne tutto il fulmine de pensiero concomitante, che passavano passavano fluivano, su ‘sto marcapiede latricato in lose de pietra, maree di genti de scolaretti, ette, co’ madri ben o malportanti a volte imprecanti, e udivansi sproloquiare in tutte le lingue del globo o mezzo globo ( fa l’istess), cioè qui si stava verificando il fenomeno cosmopolita de razze vuoi etnie tutte arrimescolate, e ciarlavano in spagnuolo del Peru, ch’è ‘na vera schifezza, si sa, ed in maghrebino e kabilo, per non parlare di due madame evidentemente nigeriane che co’ la figliolanza loro squittente, strascinata a mano, intessevano baritonali potentissimi colloqui, che al sol interloquire c’era da beccarsi ‘na manata in faccia. Indi udivansi betegare e smanacciare verso i cieli ‘na bella congrega de indù, forse bengalesi, i quali, co’ le loro toghe o casacche a righine gialle e sandalaccio di taglia battello fluviale del Gange, stavano a camminare, e a concertare insieme, tutte loro faccende minimali de parentela, com’è ovvio, e cibarie condite con mezzo chilo de curry.
Cioè, alla fin fine de ‘sta sfilata, che poi è fiumana torrentizia de umani multicolori che s’interrompe solo a tratti, ci fu la botta in testa di Armando che si disse che questi qui erano lui, ovvero che ‘na volta lui era lui, cittadino europeo ( si fa per dire) e questi erano gli altri gli stranieri gli extracomunitari ( che poi non si sapeva comunità de checcazzo), invece in quel preciso istante ci venne l’illuminazione che lui era uno de loro: era extra pure lui, Armando, anzi proprio pronto, mentalmente ed economicamente, ad essere iscritto ne le liste de gli schiavi.
Ché, di sotto, vibrante sempre e comunque, oh, sì, che si sentiva il ronzio tremolante del Golem, che faceva pure tretticare le lose serpentinoscistiche.
Mosse alfine lo sguardo Armando verso i piani superiori del multipiano orribile mosaicato di fronte e dal balcone numero 104 vide affacciarsi ‘na donna co’ vestaglia, pur vecchia, tutta ben pettinata, 'rzigogolata, che pareva l’opposto de sua madre e capì ‘n altra cosa che la medesima fimmina era una di quelle che avevano partorito almeno tre cortigiani o scherani del Golem, tutti ormai componenti il Comitato direzionale generale, e ben ne ebbe ricompensa visibile ne l’abbigliamento e ne la qualità del luogo abitato.

Allora essendo rimasto per circa 45 secondi con ‘sto piede destro alzato che manco lo metteva giù, come paralizzato, il cristo Armando esitante al massimo delle possibilità sue statiche, alfine decise di non posare giù l’estremità inferiore destra sul manto asfaltato e bruttato da mille schifezze, quindi si ritrasse cioè se ne stette con tutti due ‘sti piedi suoi calzati de scarpazze sportive grigie semilucide, già RobediKappa, acquistate tre anni prima al mercato di Piazza Maimonides, sul gradino in pietra di Luserna o di Barge, che fosse.
Cioè tutti e due i piedi pari pari affiancati sul gradino, ecco.
Insomma si fissò, Armando, ambedue ‘ste zampe sue che muoversi non volevano che le cose che sopra poggiavano, cioè le triste gambe, pari a due pali ingrigiti ed erosi da vigna, o due tubi di ghisa rigidissimi, non se volevano andare, cioè muovere o spingere innanzi il piede, la punta de la scarpa.
Allora si domandò se paralitico fosse diventato di tutto subito, ma non presentava il tipico fenomeno ansioso concomitante ad ogni sua affezione di salute, per quanto del cazzo; che quando già n’accenno di raffreddore gli si procingeva in naso e in capa, subito si sdilinquiva tra sè e sè in ahimè e chissà che diavolo mi vien adesso e recavasi come razzo o missile all’antica Farmacia Zorobabel ove conferiva, sussurrava, borbottava, si confessava in un angolo con la troppo gentile dottoressa Eliana Moncada che gli ammaniva poi qualche pillola di poca lira, ché Armando, si sa, stava mezzo spiantato, eccetto che era padrone dell’alloggio, o meglio abituro, ove dimoravasi, lì sul retro con la sua madre vedova, egregia signora Alida Rebaudo, più pensione miseranda della medesima novantaduenne + pensione sua minima, detta del menga, ché i versamenti furono pochi che si licenziò anzitempo per via dell’insopportazione del coso o della situazione, vale a dire del capo o degli arredi circostanti, ‘na forma di allergia che gli procurò dei mali e giramenti di capo orribili ( benché la vicina antistante Canestrin Gina affermasse che erano tutte palle, solo per non andare a ruscare, quello stronzo, che gli piaceva farsi mantenere da sua madre, il porcone e fumarsi le Malboro e bersi i cicchetti, ecco).
In quel medesimo mentre che cascavano, de fora e de dentro, un casino di pensieri interrogativi in capo ad Armando, gli venne balenio improvviso de colore negli occhi mentali, come un lampo di genio ( si fa per dire), ‘n azzardato insight:
il tutto provocato da ‘na torma de fimmine nere ben portanti, di diversa provenienza etnica, tipo Senegal Nigeria e Cote d’Ivoire, che sbertucciantesi una coll’altra, ridendo anzi sghignazzando liete e svolazzanti sfilavano appunto sul marciapiede opposto di Via Olivares, recandosi al loro solerte lavoro ( loro sì, alla fatica).


La creazione del mondo secondo il Tantrismo - Rajasthan, XVIII sec.

Allego qui una lettera di Egi Volterrani, direttore editoriale della casa editrice LE NUOVE MUSE, che presenta soltanto libri di autori stranieri prevalentemente provenienti da quei paesi che un tempo venivano definiti parte del Terzo Mondo.
BOICOTTARE LA FIERA DEL LIBRO?
Alla fine degli anni ‘50, per chi voleva andare in Israele, aggregato a un gruppo di Pionieri del Partito Comunista, si apriva un’avventura dello spirito: vedere nei kibbutz esempi di democrazia dal basso e di autogestione socialista.., anche se, sui volti dei giovani israeliani di quei kibbutz, quando incontravano i contadini/pastori arabi, si ritrovava probabilmente l’espressione paternalmente curiosa che avevano gli inglesi che, dopo la guerra, avevano comprato tenute in Chianti, quando venivano a visitare le cascinotte dei mezzadri toscani, e la stessa espressione che avrò forse avuto io, più tardi, visitando i villaggi bantu.
Tuttavia, nelle discussioni che si facevano allora, anche tra quei giovani ebrei, erano già presenti atteggiamenti anticolonialisti, cioè contrari al colonialismo sionista e solidali verso i Palestinesi. Successivamente, quei fermenti sono stati soffocati man mano dalla politica governativa di Tel Aviv, incentivando l’immigrazione dall’Unione Sovietica e dei Falascià dall’Etiopia e praticando un’arrogante propaganda razzista. Adesso, è la nostra “propaganda” che ci fa dire che Israele è l’unica democrazia del Medio Oriente e non ci permette di chiamare con i nomi di genocidio e di apartheid la violenza armata contro la popolazione civile palestinese (che d’altra parte non è la famiglia dei santi, ma esaminiamo un birbone alla volta — i Palestinesi alla prossima).
Non posso impedirmi di formulare un giudizio inequivocabile e sdegnato nei confronti della politica del governo di Israele. Su questo giudizio concordano i più limpidi intellettuali israeliani, da Aharon Shabtai a llan Pappé, da Yitzhak Laor a Daniel Barenboim, che non hanno accettato di essere presenti né al Salon du livre di Parigi, né alla Fiera di Torino. Non concordano certo sul giudizio nello stesso modo i “Laburisti di servizio”, come Amos Oz, David Grossman, Abraham Yehoshua,...
La scelta di sostituire l’ospite già designato (era l’Egitto) con Israele, con la motivazione che l’Egitto è un paese islamista (per via dei Fratelli Musulmani) e una dittatura reazionaria, è stata certamente una brutta gaffe, soprattutto considerando l’evidente strumentalizzazione, non più propagandistica, bensì politica, messa in atto da Israele tramite il Ministero degli Esteri e la diplomazia ufficiale, in occasione del 60° anniversario dello “Stato Ebraico”. Molti stati arabi e islamici sono stati etnocratici e teocratici, in modo preoccupante e talvolta barbaro. Ma Israele è più di altrettanto uno stato etnocratico e teocratico, militarmente potente e sostenuto dalle potenze occidentali, in virtù di uno scambio equivoco di ruoli antiarabi.
Chi ha avuto amici o famigliari morti nei lager nazisti, per motivi politici, razziali o di fede religiosa (e proprio per questo si ribella all’oppressione crudele sulla popolazione palestinese), si sente dolorosamente straziato, quando viene tacciato di negazionista della Shoah, di erede delle purghe di Stalin, eccetera. Difendere i diritti civili diventa automaticamente estremismo “di sinistra” e antisemitismo, quando Fini e Berlusconi dichiarano la loro incondizionata solidarietà alle repressioni militari messe in atto dal governo israeliano, e Fiamma Nirenstain, ebrea razzista virulenta e viscerale, si presenta candidata nelle fila di Alleanza Nazionale, partito erede degli alleati dei nazisti.
Detto tutto ciò, sono contrario comunque al boicottaggio di una manifestazione culturale come la Fiera del libro, dove non credo esista censura e dove si potrà avere l’occasione di conoscere, insieme con bella letteratura e intelligente editoria, anche opinioni profondamente sgradevoli. Meglio sempre conoscere... E poi, boicottare la fiera è come indire lo sciopero dei trasporti pubblici nelle ore di trasferimento dei lavoratori. Molti operatori del libro hanno lavorato un anno per quell’occasione di contatti, promozione e mercato. Perché fare pagare a loro l’errore di altri?
Egi Volterrani.

Chi sia uscito l’ho visto, Armando.
Poi s’è fermato davanti al primo gradino che va giù dal marciapiede incerto esitante con ‘na mezza voglia implicita di restar lì sospeso come se tutti il mondo le sfere universali le comete gl’interspazi siderali fossero in perfetta assonanza col suo gesto, anzi lui comandasse il moto generale, anzi ancora che lui stesso fosse il motore immobile che se lui si ferma si immobilizza tutto, se Armando, cioè, procede e va, esso loro pure le galassie riprendono a girare.
Di fatto Armando aveva le palle che giravano più che mai da un certo tempo, e di conseguenza pure quell’ammasso di robaccia, là di fuori, ruotava all’impazzata, tanto che sospese infatti la terribile discesa dal gradino del marciapiede perché perplesso. O meglio impaurito dal traffico che prospettavasi squassante in quella sua solita via Olivares già alle ore 8,15 del mattino, o ancora proprio terrorizzato da quel marasma che sentiva, percepiva come rumorosissimo assillo o minaccia alla sua persona fisica.
Cioè, in fin dei conti, aveva avuto un’influenza brutta curata con antibiotici utili alla sopravvivenza, ma bastardi, che l’avevano indebolito assai per cui uscivasi da casa dopo giorni 5 scopo approvvigionamento di materiali da nutrimento da procurarsi nei pressi, alla distanza di metri circa 150, nel mimimercato detto ChicaBoom ove potevasi pure osservare talvolta personale femminile di notevole cortesia e di forme gradevoli, per quanto piuttosto bassette fossero ‘ste fimmine, mah....
Ma non era mica per quello, neanche per il traffico, no:
era che dopo l’influenza o peste che fosse, e soprattutto dopo l’insediamento del Comitato direzionale generale gli si era rotto come il differenziale, ossia la trasmissione alle ruote alle rotelle si era scombussolata, si era grippata, e ‘sto moto del mondo de fuori andava assumendo ‘n’inclinazione strana, assurda, come in un film futurista o espressionista, e cigolava, e tra la massa esterna il Golem tric tran tric tran si aggirava e strideva, e prima Armando non l’aveva visto mai.
Ma neanche adesso lo vedeva, ma il Golem assurdo c’era, oh, se c’era.
Era un ragazzo di 17 anni, adesso si chiama Fiorenzo.
Quando, nella primavera del’44 saltò giù dalla finestra di casa sua nel Biellese a metà notte, gettando giù un fagotto sul prato di dietro e poi sé stesso, non sapeva che da lì a due giorni avrebbe cambiato nome.
Stava ad aspettarlo un “ribelle”, uno col cappello da alpino, un veterano che aveva fatto l’Albania e la Grecia, uno che camminava a testa bassa su per le pietraie abbrancato alla cinghia del suo moschetto in spalla ed ai chiodi dei suoi scarponi. Uno che si voltava, lo guardava, si fermava, accendeva ‘na mezza cicca, e poi via di nuovo su per la montagna. In due giorni avrà detto, sì e no, trenta parole, compreso:
Prima di rimpatriare, come dei poveri barboni, sapevamo già tutto, sai: volevo fargliela pagare a loro, al fascio, ai crucchi di averci trascinati in questa porca guerra....
Fu ‘na bella fatica: la prima notte passata in un fienile di una baita, era freddo, piovigginava fuori, la seconda in uno stanzone basso di una cascina acquattata s’un declivio largo di prati, dietro il bosco grande, di sopra le creste.
Posto strategico ha detto un capo, che masticava un pezzo di liquerizia, poi lo fissava, poi gli chiese:
Te che nome vuoi darti? Qui ci vuole il nome di battaglia! Ci hai già pensato?
Fiorenzo non sapeva niente, era solo stupito, si guardava in giro, smarrito, per fortuna che c’erano due che conosceva di vista, del paese vicino e gli chiese delle dritte. Poi vide un’altro, con la barba, seduto su un ceppo che, per terra, su uno straccio unto, nero posava dei pezzi di ferro brunito poi li puliva, li fregava, li lisciava, li oliava.
Cos’ è che fai? Gli disse Fiorenzo, lì di fronte impalato. Smonto, pulisco lo Sten...fa quello là tutto serio. E cos’è lo Sten...? Quella roba lì...Quei tubi?
Il ribelle alza la faccia, inclina la testa, lo guarda bene poi dice: Sten sì, un mitra, arma inglese, leggera, pratica per scontri da vicino...Sognatela, me car, a te non te la danno! Te la devi conquistare! Sai!!! A te se ti mollano un moschetto...va già bene....
Così il giorno dopo Fiorenzo, tutto saccagnato per le due notti passate al freddo disse al comandate: Voglio chiamarmi Sten, signor capitano! Si può chiamarsi Sten...?
Il capo lo guarda fisso negli occhi poi si gira verso gli altri sull’aia e fa:
Avete capito gente?! Adesso questo qui si chiama Sten...!! Va bene ?! Va bene. Allora te Sten prendi la gerla in spalla e vai su a fare legna per i boschi, questa è la tua arma per adesso....
Quello dello Sten, che adesso era bello montato e lucido nelle sue mani, da sotto il portico ridacchiava.


Già, domani è il 25 aprile, e io sono mica contento che tanti si dimentichino di questa data. Capisco solo una cosa, o due, o tre:
che tanti sono più giovani di me e di quello che avvenne in quei giorni ne hanno sentito parlare poco, e tanto poco gli insegnanti ne hanno narrato e spiegato,
che tanti dal Centro Sud Italia ne hanno visto poca davvero di Resistenza per forza di cose, di date, di sbarchi alleati nel ’43 e ‘44, et cetera,
che alcuni, magari a fin di bene, anni fa, hanno sgonfiato un po’ troppo con la parola Resistenza facendosene un vanto, ma non agendo di conseguenza, cioè democraticamente,
che altri, in massa rutilante, tra cui questi ladroni & cialtroni recenti, hanno fatto di tutto per lordare questa parola o far dimenticare, cancellare in fretta e furia La RESISTENZA, e ci stanno riuscendo,
che poi se uno legge bene la parola e la scorpora dagli avvenimenti della Storia europea, gli può, e magari deve, balzare in testa che conviene resistere comunque contro gli attentati alla democrazia.
Poi, tanto per dire:
io nell’aprile 45 avevo quasi quattro anni e stavo poco a Torino, mia madre ed io eravamo sfollati in un paesino del Monferrato, dai nonni, dagli zii e, là, avevo pure un fratello/cugino che si chiama Giovanni, che ha tre anni più di me.
Mio padre conduceva un piccolo commercio a Torino e non poteva lasciare la bottega, nonostante i bombardamenti aerei, per cui veniva giù in bici da noi quando poteva, poi ripartiva con dei pacchi sopra, poveraccio, roba da mangiare, si tirava la cinghia e tanto.
Ad un certo punto, nel mese di marzo, mio papà fa: Basta, boiafaus, andiamo tutti a Torino che gli alleati arrivano a poco! Tra due o tre giorni la guerra è finita! Lo dicono a Radio Londra!
Invece no. Gli alleati, gli americani e gli inglesi, con quei loro pesanti Liberators B-24 o i Wellingtons o i Lancasters continuarono a buttar giù grappoli di bombe enormi anche nel marzo ‘ 45, tonnellate, tante tonnellate.
Suonavano, urlavano le sirene degli allarmi, urlava mia mamma, la gente disperata da anni di incursioni: di fronte al “nostro” negozio, vicino alla ferrovia,(ch’era un bersaglio prediletto dai bombardieri), c’era un rifugio antiaereo e ci precipitammo là dentro, si scendeva dentro un ogiva di cemento, giù per una scaletta a chiocciola fin nel profondo, nelle tenebre.
Poi, là di sotto, nel buio, tra la gente stretta, si sentiva tutto un tremare, un rombare spaventoso come se di disopra ci passassero mille trattori, poi giungono delle voci, altre grida, ma di gioia, esultano:... Sono solo di passaggio...vanno da n’altra parte, diosialodato!
Mio padre mi afferra, mi tira su in braccio e mezzi schiacciati tra ‘sti poveretti che anche piangono per ansie, stupore, dolori e gioia momentanea, veniamo su ansanti vicino alle rotaie.
Mio padre, Francesco, mi tira su la testa e mi fa: Guarda su Mario...quanti sono...quanti....
Erano tanti davvero, centinaia di bombardieri lucentissimi che si stagliavano ancora nel sole di marzo e andavano lontano, forse a bombardare Genova, si disse.
Sembrava che nel cielo ci fossero, procedessero, migliaia di carri a ruote caracollanti su sassi, pietrame, tanto era il frastuono.
Però mi sembravano tanto belli perché ero piccolo.
E ci vollero ancora e giorni e più di un mese prima che arrivassero i “partìgia”, con gli alleati, perché qui la guerra finì a maggio, mica prima.
*** Potete pure andare qui: http://societe.splinder.com/archive/2006-04 e trovare un racconto che vi lasciai nell'aprile del 2006.


Questo bel dipinto di una pittrice inglese, che soggiornò parecchi anni a Roma, per illustrare qualche motto sui ciechi e proverbi e di ciò che vediamo e non vorremo vedere ed ancora su certe furbizie...
11. Mangiar la zuppa co'ciechi
Questo ha adir co'ciechi.
Zuppa è quella comunemente che si fa col pane e col vino
in un vaso o bicchiere: e perché tal pane si stritola,
però chi non vede lume male la raccoglie, se non ha spazio;
onde uno alluminato che con loro mangiasse avrebbe
gran vantaggio, onde è nato il proverbio: Tu credi aver
a mangiar la zuppa co'ciechi.
( Modo di dire tratto dal testo di Agenore Gelli - Fiore di virtù - Firenze 1856)
![]()
In questi giorni, per me tristi, dopo le elezioni, più volte m’è rimbalzato vivido nella mente il gran dipinto di Peter Brueghel “La parabola dei ciechi “ ch’è a Napoli, a Capodimonte.
Mi sembra che il paese italiano, da tempo, anche tanto, sia guidato da ciechi ed insieme mentitori, da persone assai poco intelligenti, moralmente basse, e incapaci di capire la gravissima situazione economica, giudiziaria, morale italiana, e, nel caso ne siano consapevoli, colpevolmente tacciono per non perdere voti cercando consensi con promesse inique.
Per cui riprendo le parole del Vangelo di Luca a cui si ispirò Brueghel:
“In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola. “Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutt’e due in una buca? .....”
*
Tuttavia, per risollevare gli animi esulcerati aggiungo il testo di una bella novella di Franco Sacchetti dove ci sono dei bei tipi di ciechi, anche loro piuttosto disonesti....
Franco Sacchetti - Il Trecentonovelle
Novella XCI
Minonna Brunelleschi, essendo cieco, di notte guida altrui ad imbolare pesche; e alcun altro furto per lui piacevolmente fatto.
— * —
Minonna Brunelleschi da Firenze fu ne' miei dí, e fu cieco, come che in molte cose passava gli alluminati, per tale che niuno suo vicino era che, se aveva a mettere cannella in botte di vino, non mandasse per lo Minonna che la mettesse; e io piú volte il vidi che mai non versava gocciola di vino, giucava a zara e andava solo sanza niuna guida. Avea costui un suo luogo alle Panche, e avea per vicino un Giovanni Manfredi, vocato Giogo. Avea appostato il Minonna nella vigna di questo Giogo certi peschi carichi di bonissime pesche; e una sera di notte ebbe due compagni, e disse:
- Volete voi venire meco in tal luogo per le pesche?
Dissono costoro, ch'erano capitati a casa sua, ed erano fiorentini:
- O noi non sappiamo il luogo noi.
Dice il Minonna:
- Non ve ne caglia; verrete, come io vi guiderò, e recate questo sacco.
Costoro due guardano l'un l'altro, dicendo:
- Questa è ben gran cosa, che gli alluminati sogliono guidar e' ciechi, e questo cieco vuol guidare gli alluminati.
Infiammorono via piú d'andare, e dissono:
- Andiamo, per vedere tanto nuova cosa.
Andorono, e troppo bene di campo in campo il Minonna gli ebbe guidati; e giugnendo per entrare nella vigna, dov'erano li peschi, questa era molto bene affossata, e con buona siepe. Dice il Minonna:
- Lasciate andare me innanzi; venite in quaggiú, ché ci dee essere una cotale callaietta nascosa -; e coloro dietro.
Quando fu alla callaia, dice il Minonna:
- Or passate qui, e tenete da man ritta, e vedrete i peschi.
Costoro cosí fanno, e cosí truovono ciò che dice; e 'l Minonna con tutto ciò fu a' peschi quand'eglino; e coglievane egli per amendue loro: in fine egli empierono 'l sacco; e 'l Minonna volea che gliel mettessono in collo. Costoro non vollono, e pigliono questo sacco il meglio che possono, e tornansi a casa e vannosi a letto.
La mattina il Minonna ed ellino se ne vanno a Firenze, e questi due non potendosi tenere che la detta novella non divolgassino, pervenne la detta cosa agli orecchi di Giovanni Manfredi. Non potendosi il detto dar pace, sanza dir alcuna cosa, la seguente notte se ne va con alcuno nell'orto del Minonna, e tagliato molti belli cavoli che v'erano, e colti quelli frutti che poté portare, e fare danno, fece.
Arriva la novella al Minonna, e subito si pensa essere stato Giovanni Manfredi; e comincia a soffiare che parea un porco fedito, con un naso sgrignuto e con un leggío di drieto per ispalle, che parea un dalfino quando sopra il mare si getta soffiando a indovinare tempesta. Subito si mette la via fra gambe, e caccia il capo innanzi con la foggia, come andava, per andare alle Panche; e passando con questo impeto dalla bottega di Caperozzolo, di fuori nella via era uno bariglione su uno desco con non so che cose da fare o lattovari o savori in molle, e davvi si fatta entro che 'l bariglione e 'l desco, con ciò che v'era, andò per terra; e va pur oltre a suo cammino.
Caperozzolo, o suo lavoratore, che pestava dentro, vedendo questo, esce fuori e guata dietro al Minonna, gridando:
- Morto sie tu a ghiado, o non vedi tu lume? che perdere postú gli occhi.
Il Minonna fece vista di non udire, e va pur via, e giugne alle Panche, ed entra nell'orto, e va tastando li cavoli con ciò che v'è, dolendosi forte, e massimamente de' cavoli de' quali spesso mangiava gran minestre; e stette alcun dí, mostrando non sapere chi ciò gli avesse fatto. Alla per fine pensò che la cosa non rimanesse qui. Una sera ebbe due contadini, e pregolli fussino con lui, e cosí fu; ché venuta la notte, con due sacca e con coltellini andorono all'orto di Giovanni Manfredi, dove era un campo d'agli di smisurata bellezza, e de' quali il detto Giovanni sempre ragionava, e questi agli divegliendo a uno a uno, tagliarono li capi e mettevano ne' sacchi, e 'l gambo rificcavono nella terra, e cosí tutti gli ebbono divelti e portati i capi e lasciati i gambi nel luogo loro.
Da ivi a due dí, essendo e Giovanni e Minonna al Trebbio, dove usavono, il Minonna si dolea de' cavoli suoi. Dice Giovanni Manfredi:
- Io vorrei che mi fussino stati innanzi tolti gli agli miei, che si guastassino come pare che si guastino.
Dice il Minonna:
- Come? egli erano cosí belli.
E quelli dice:
- E' sono tutti appassati da ieri in qua.
Dice il Minonna:
- Saranno forse bruciolati.
Costui se ne va, e comprende troppo bene che 'l Minonna abbia fatto qualche cosa; ed entrato nell'orto, tira uno aglio, tirane due, e' poté assai tirare che trovasse il capo a niuno. Subito immaginò quel che era; e l'altro dí, essendo al Trebbio, non si poté tenere il Giogo che non dicesse:
- Minonna, almeno ne avestú lasciato qualche uno.
Disse il Minonna:
- Ha' tu il farnetico?
Disse il Giogo:
- Io l'ho bene, quando tu m'hai tolto gli agli miei.
Dice il Minonna:
- Di' tu de' cavoli miei? mandastegli tu a vendere alla Ciacca?
- Che Ciacca, che sia mort'a ghiado?
- Anzi sia tu.
- Anzi tu -; e vanno l'un contro all'altro per darsi.
Aveano centocinquant'anni tra amendue, e uno era cieco, e l'altro avea gli occhi arrovesciati che pareano foderati di scarlatto. La gente fu su, feciono fare la pace; al Minonna rimasono gli agli, al Giogo i cavoli... e mai non si vollono bene, e sempre borbottavano... niuno per ammendarsi, aveano i piè nella fossa, e imbolavano agli e cavoli: averebbono ben tolto altro, perché cane che lecchi cenere non gli fidar farina.